Di questa mostra hanno scritto in molti. Vi propongo qui l'introduzione al catalogo di Roberto Mutti e un bellissimo articolo pubblicato su ABC-fotografia.com da Alberto Moioli.
Roberto Mutti, curatore della mostra e autore del testo del catalogo:
"LA FOTOGRAFIA COME GIOCO
Bisogna passarci sotto in una notte senza luna perché dai finestrini dell’automobile quegli altissimi piloni che sembrano colonne di un tempio antico che svettano verso il cielo nero, danno un senso di sperdimento, come se fossero arrivate dove sono da un mondo alieno e non passate prima da uno studio di progettazione e poi da un normalissimo cantiere edile. Sono strade sospese nell’aria, viadotti e parapetti, ponti protesi nel vuoto che si intrecciano quasi sempre senza un autentico rapporto con una natura circostante inesorabilmente piatta. Frutto della civiltà contemporanea – perché nel passato i carri avevano al massimo bisogno delle strade dalle ben ordinate pietre pensate già da Fenici e Romani o, al massimo, delle alzaie su cui avanzavano i cavalli a trainare i barconi carichi di sabbia sul Naviglio verso la Darsena – i viadotti sono figli dei grandi ponti di ferro su cui avanzavano spedite le locomotive a vapore sfidando le forre che precipitavano a valle e i fiumi che serpeggiavano laggiù in fondo. Allora – la ferrovia e la fotografia nascono quasi contemporanee a metà Ottocento – non c’era inaugurazione di una nuova linea che non vedesse un fotografo pronto a dichiarare con le sue immagini l’ammirazione per questa nuova meraviglia della tecnica adorata dai Positivisti, esaltata dai Futuristi, trasformata in metafora del Progresso da socialisti ed anarchici che egemonizzavano con i loro ideali i sindacati dei ferrovieri. Ma se vogliamo parlare delle le strade costruite per la motorizzazione di massa adottando come modello gli spazi sterminati degli Stati Uniti e non quelli ben più ristretti del nostro paese, il discorso cambia: bisogna tornare indietro di un bel po’ per trovare gli stessi entusiasmi nei fotografi che documentarono il primo tratto dell’Autostrada del Sole con un bel servizio con tanto di copertina in un memorabile numero di “Epoca”. Siamo nel 1964 e Milano si collega direttamente con Napoli a conclusione di un processo di integrazione iniziato anni prima, negli anni della ricostruzione e del “boom” economico quando erano i treni a scaricare alla Stazione Centrale, a Porta Nuova, a Porta Principe la mano d’opera contadina meridionale destinata a trasformarsi nella nuova classe operaia richiesta dal triangolo industriale.
Oggi le cose stanno diversamente: i nostri sguardi sono distratti, il cemento più che affascinarci ci irrita, ogni nuovo progetto avanza lentamente, ora spinto dagli entusiasmi interessati di chi loda l’arditezza dell’opera, ora frenato dagli ostacoli posti da chi dubita della sua utilità quando non ne sottolinea tout court la dannosità.
Non potendo dunque più soffermarsi sull’entusiasmo del nuovo, al fotografo non resta che la strada della ricerca, il gusto del geometrismo, l’arguzia della metafora.
Questa è l’intuizione che guida Massimo Prizzon quando, armato della sua macchina fotografica e spinto da una vitalissima curiosità, ha cominciato a riprendere i viadotti spostando continuamente il suo sguardo fino a creare un gioco dove tutto si intreccia: l’alto e il basso, lo statico e il dinamico, il chiaro e lo scuro.
Già l’uso voluto e consapevole del bianconero allude alla volontà di non soffermarsi eccessivamente sul dato descrittivo di questa realtà e di preferire, invece, un aspetto vagamente visionario dove l’uomo sembra non avere né ruolo né (quasi) presenza, come se tutto fosse stato costruito senza uno scopo assolutamente pratico ma come un gigantesco monumento tutto da visitare come la Sagrada Famiglia, la Tour Eiffell o l’Empire State Building che infatti sono stati costruiti e continuano ad esistere per altre ragioni che i turisti ignorano o costantemente fingono di ignorare. Forse i viadotti consentono al traffico una maggior scorrevolezza, sicuramente incanalano gli automobilisti in un grande toboga che li esclude dalla visione della natura circostante, ma non è questo il problema: ciò che interessa Prizzon sono i sentieri che scorrono attorno ai piloni dove si può perfino avere la sensazione di vivere in un giardino o quel cielo che viene interrotto dalla sagoma della strada che corre alta. Ogni tanto si ha la sensazione di vivere all’interno di uno di quei disegni delle città ideali pensati da architetti fantasiosi o di quelle gigantesche bolle di plexiglass in cui sono messi gli abitanti di pianeti ospitali in certi bei film di fantascienza. Invece siamo in un labirinto contemporaneo privo di tragicità (perché qui nessuno si perde e nessuno vuol uscire da un intrico capace di una sua logica lineare dove si sa che per andar dritti certe volte bisogna accettare di fare un giro a trecentosessanta gradi) che però possiamo sconfiggere quando lo osserviamo solo dal punto di vista estetico.
Prizzon in questo sa essere maestro perché a stento possiamo capire qual è la direzione del suo percorso: per quanto in grado di riconoscere i luoghi perché spesso ci siamo passati, restiamo comunque incerti per le somiglianze e la analogie, per la mancanza di elementi di riferimento ma soprattutto perché il fotografo ha mescolato le carte che aveva in mano, le ha distribuite a caso e ora attende, argutamente, che noi troviamo un filo logico per poterle connettere in una razionalità lineare. Poi, improvvisamente, tutto è chiaro: Massimo Prizzon gioca con la fotografia al domino. Ogni immagine può essere accostata a molte altre, ogni osservatore può costruire un proprio percorso senza che nessuno abbia più attendibilità dell’altro e può anche capitare che ci si soffermi su una sola immagine perché in quella si trova tutto, l’alto e il basso, le sfida verso il cielo e l’ancorarsi alla terra, il richiamo al Costruttivismo e i giochi a intreccio del Futurismo, i calcoli del cemento armato e il richiamo alla triade freudiana Ego-SuperEgo-Es che alberga in ogni sfida, quelle architettoniche comprese. Perché la fotografia è così, è un linguaggio-contenitore dentro cui puoi gettare di tutto per ripescare elementi ben diversi e sempre sorprendenti. E questo costituisce il suo fascino sempre un po’ misterioso.
Alberto Moioli (abc-fotografia.com)
"La periferia di una grande metropoli, la bellezza del bianconero che esalta volumi e spazi, una straordinaria forza espressiva che soltanto la fotografia può avere ed un narratore per immagini che fino ad oggi non avevo ancora avuto l’opportunità di incontrare. L’evento espositivo che si è inaugurato sabato scorso presso il Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano alla periferia di Milano porta un nome; MASSIMO PRIZZON.
Il fotografo in questione ha il grande pregio di aver saputo cogliere dettagli e frammenti di paesaggio urbano a tutti noi molto noti, ma proprio perché consueti, e per la verità non certo accattivanti, vengono quasi immediatamente rimossi dalla nostra memoria. Frammenti di scene di degrado e desolazione di luoghi quasi mai protagonisti di vita quotidiana e per questo abbandonati al loro triste destino di decadimento. Si tratta di viadotti, sottopassaggi e via discorrendo, luoghi che attraverso la maestria di Massimo Prizzon riacquistano magicamente la loro dignità grazie ad inquadrature rigorose e formali e curate splendidamente nel bilanciamento ottimale di volumi e spazi.
Il messaggio che ne emerge indubbiamente passando dalla desolazione rappresentata è quella di una città che vive e sopravvive pur nella solitudine di un sottopassaggio come in un viaggio onirico o in una “città” di Italo Calvino.
Quasi un mondo alieno, ponti sospesi nel nulla e pilastri che pare poggiati sul vuoto per un gioco, quello dello speciale narratore per immagini, che sfrutta le geometrie e le innumerevoli interpretazioni architettoniche che il paesaggio di oggi offre attraverso un arredo urbano sempre più caotico ed incomprensibile. Ne emerge il ruolo del fotografo, interprete speciale di una periferia che chiede d’essere fotografata proprio come abbiamo compreso dagli insegnamenti illuminanti di un grande della fotografia; WALKER EVANS.
Roberto Mutti, giustamente considerato come uno dei più autorevoli critici italiani, ha curato la mostra e sottolinea nello splendido testo che accompagna il catalogo dell’esposizione, come oggi l’avanzata del cemento più che affascinarci ci irrita in contrapposizione a ciò che invece accadeva alla fine dell’ottocento ed anche primi del novecento, quando positivisti e futuristi ne esaltavano quello che forse allora appariva come un’autentica novità figlia di un progresso tanto atteso.
"La Fotografia è così, è un linguaggio-contenitore dentro cui puoi gettare di tutto per ripescare elementi ben diversi e sempre sorprendenti. E questo costituisce il suo fascino sempre un po’ misterioso" (R. Mutti – da "La Fotografia come un gioco", Catalogo in mostra).
La copertina del catalogo / The Cover of the Catalog