In questa mostra presento un lavoro inedito in bianconero, frutto del più ampio lavoro che sto facendo per la prossima mostra "L'Anima in Corpo" sul tema della femminilità, e alcune immagini già esposte a Milano sotto il titolo "Il Dada è Tratto", immagini queste riprese nella ex fabbrica di vernici Minerva.
Sul primo lavoro hanno scritto gli amici Annamaria Sansone, scrittrice, e Marco Fioramanti, artista. Sul secondo lavoro ha scritto invece Jacqueline Ceresoli, storico dell'arte e critico.
Ecco i loro contributi:
"Per le foto di Massimo
Dimmi quante sono le lune che girano intorno al pianeta che si chiama donna. Quante si addensano dentro il suo cielo, una accanto all'altra, grevi di latte lunare, tonde come pane sfornato.
Dimmi che sono sentiero sacro, segnato dal sangue. Fessura nella terra, varco fra pareti lisciate dai secoli. Passaggio nascosto per Petra. Cammino dell'incenso, montagna degli aromi. C'è polvere rossa sui tuoi piedi di viandante. Lungo questa strada tortuosa le carovane hanno lasciato cadere semi dai loro sacchi sdruciti, sono nate piante segrete all'ombra del mio umidore.
Dimmi che ti sei messo in viaggio, anche tu cercando.
E ora sei qui che mi guardi e dentro di me rinasci. Ti accolgo ogni volta bambino, e ogni volta ti restituisco alla tua vita di uomo.
Qui, dove vorresti perderti, steso su questa terra. Una nuvola è sospesa sopra di te, ha la forma del mio volto. Percorre il tuo corpo come onda di marea.
Intanto, le giovani lune compiono un giro dopo l'altro, disegnano orbite nuove, raggiungono il lato nascosto del mondo.
Dimmi che è tutta bellezza, quella che vedi, e non c'è ruga, non c'è imperfezione che non sia una fontana da cui tu possa bere.
E chissà se adesso riesci a riconoscermi, sebbene ti stia dinanzi come un paesaggio tutto nuovo. O se ti sembra che anche io sia, come te, appena nata.
Annamaria Sansone"
"Trans Figurazioni, o dell’addomesticamento del bianco
Le visage humain n’a pas ancore trouvé sa face.
Artaud
La ricerca di Massimo Prizzon si rivolge alla soglia dell’immagine che lenta si dissolve, sparisce fin quasi nel bianco di fondo, per riapparire leggera lungo le sottili ombre che ci riportano alla figura. Figura di donna, sempre, che traspare nel processo lento di “imbiancamento”. Lo stesso usato nel procedimento zen per dimostrare, attraverso le famose dieci icone, l’addomesticamento del bue[1]. Perché è di icone che tratta questo artista, e dei dettagli di quelle, al punto di farle diventare nuove icone, altro da loro. Prizzon, per raggiungere tale livello di consapevolezza e di controllo estetico/emotivo dell’immagine stampata, deve per forza aver percorso dentro di sé le stesse tappe del mandriano. Mettendosi dunque sulle sue proprie tracce – e su quelle del bue – che pensa di aver smarrito, si ritrova dapprima architetto, riflessivo e geometrico studioso della forma, colui che trasferisce sul territorio schizzi veloci e disegni calibrati. È là, infatti, tra “il fruscio delle foglie e il canto delle cicale al calare della notte”, che il suo bue lascia le proprie tracce e prende forma, nella memoria rossiccia delle grotte di Lascaut. Diventa poi uomo di marketing, stratega editoriale e studioso raffinato della funzione, management stretto tra trend e target. È qui, ora, nel viavai del flusso cittadino, che scopre finalmente l’animale dalle grandi corna. Viene naturale il passaggio successivo al pubblicitario, esperto d’immagine sociale, in un mondo selvaggio e indiscriminato che combatte per la sopravvivenza di un’immagine gigante, forse luminosa. È in questa nuova fase che il bue - oggetto e obiettivo della sua ricerca - dopo un’estenuante lotta, viene alfin domato. Finché l’animale, d’improvviso, scompare sotto gli occhi di tutti: il ricercatore Prizzon ha oltrepassato la sua mèta, diviene fotografo, specializzato nell’intimo e nel privato del corpo femminile. Comprende finalmente d’essere stato lui il vero oggetto della sua ricerca, l’assurdità di un sé separato. Ecco che un grande cerchio – occhio di bue – si forma nel biancore dell’immagine di donna che sta per apparire sul fondo della carta emulsionata. Mandriano e bue sono scomparsi nel vacuo biancore di un’esistenza irreale. La consapevolezza percettiva che cercatore e animale coincidono, avviene nell’attimo in cui il fotografo stringe su quella parte di corpo nudo femminile che inquieterà l’osservatore sulla parete bianca della galleria.
(ottobre 2009)
[1] LE DIECI IMMAGINI DEL BUE ZEN (da: ‘The Manual of Zen Buddhism’, di D.T. Suzuki)
Marco Fioramanti"
"Muri ad un’esposizione
Le impressioni di un visitatore flaneur dello sguardo nell’ex fabbrica di vernici Minerva a Lambrate, nel cuore di un sito di archeologia industriale milanese, sono inattese come il luogo che ospita questa anomala raccolta di foto-impressioni di macchie, tracce, segni, deflagrazioni di colori dalle infinite gradazioni tonali disseminate sui muri e pavimenti, reperti “deja vu” di vita che animano e connotano lo spazio.
I soggetti esposti sono i muri fotografati da Massimo Prizzon nella loro oggettiva bellezza, impregnati di memoria, carichi di storia e pilastri di un vissuto misterioso che si è inciso nel colore e nei materiali industriali, lasciando una loro traccia indelebile.
Il nostro sguardo è rapito dall’intensità dei “quadri” di blu, di azzurri magrittiani, di viola lilla o ciclamino, di verdi acqua sovrapposti a rossi pompeiani, a gialli ocra dalle tonalità sfumate, e tra una contrapposizione di grigio fumo di Londra e di bianco sporco e tra le griglie di ferro, tombini ricoperti da pigmenti color terra, sacchi -scultura che si annodano con lo spazio, spiccano le accensioni, le impennate tonali degli arancioni ancora saturi di energia vitale.
Immobilizzano la nostra attenzione le colature, e gli schizzi di cromatismi che si irradiano a pioggia sul bianco sporco del muro, crepato e corroso dall’intonaco incrostato come foto “iper-testo” concettuali, creando una dialettica interessante tra l’opera e lo spazio.
Sono i muri ad esporsi alla nostra visione e non sono stati fotografati come una barriera, o una linea di confine tra lo spazio interno ed esterno, ma un‘apertura, una via di fuga e di prolungamento dello sguardo verso un luogo non fisico; è uno spazio astratto visibile solo attraverso i suoi colori impregnati di luce.
Queste immagini non rappresentano la realtà industriale in cui le vernici sono nate, qui non c’è l’eco dei ritmi incalzanti della fabbrica, tutto è immobile e silente, metafisico, dove i tempi vorticosi della produzione si stemperano nelle tracce di vernice e sono evocati da cromatismi esplosi ovunque.
Guardando con attenzione queste immagini si intuisce che dietro l’invisibile coltre cromatica decontestualizzata da Prizzon si celano un tempo e uno spazio assoluti, concettuali, oggettivizzati nello scatto fotografico.
Prizzon ha messo a fuoco e svelato la “dematerializzazione” dello spazio, che nella fotografia concettuale si traduce nella progressiva sparizione dell’oggetto a favore dell’idea e del concetto. Così, paradossalmente, giocando sull’ambiguità della visione, i suoi muri non costruiscono o circoscrivono il luogo del lavoro, perché nelle sue foto -impressioni, l’ex fabbrica Minerva si è smaterializzata nei materiali che la rappresentano e nel colore, in quello “spirituale nell’arte” di kandiskijana memoria, come un possibile reportage delle sensazioni e delle percezioni di un’energia vitale che va ben oltre lo spazio fisico nel quale il nostro sguardo resta in bilico tra realtà e visione.
Jacqueline Ceresoli"