I canoni di bellezza femminile proposti dall’iconografia corrente, ispirati dalla moda e dalle pagine delle riviste specializzate e non, si rifanno a un modello di donna irreale, dai tratti androgini a dagli sguardi privi di felicità e di autostima, colmi di tristezza insomma e spesso di sentimenti aggressivi o negativi.
È probabilmente la degenerazione di un’esigenza funzionale degli stilisti che, per valorizzare le loro creazioni, hanno spesso bisogno di donne filiformi, veri e propri “manichini” viventi. Il problema sorge quando da questa esigenza funzionale a una sfilata si deduce, appunto, un canone estetico che spinge le donne reali a trasformarsi esse stesse in tanti cloni di quei manichini rinunciando alla propria bellezza autentica e alla propria personalità totale.
Il progetto, sul quale sto riflettendo da oltre un anno, si propone quindi di “raccontare” – attraverso un percorso fotografico caratterizzato da un trattamento esso stesso lontano dal glamour che contraddistingue gran parte delle immagini patinate delle riviste di moda e bellezza – donne vere; quelle donne cioè che, pur al di fuori da quei canoni estetici, esprimono una bellezza che nasce dall’equilibrio interiore, dal piacersi per quello che si è, da un’armonia percepibile fra fisicità, sensualità e interiorità.
Il prodotto a cui penso è una mostra fotografica, se possibile con immagini rigorosamente in bianco e nero – in quanto maggiormente in grado di avvicinare al sogno, a una bellezza quasi archetipica – composta da cinque stampe di grande formato per ciascuna delle donne ritratte. Accanto alle stampe prevedo, per ciascuna delle donne ritratte, un monitor sul quale fare girare in loop dalle 250 alle 300 immagini scelte far le migliori scattate nel corso della seduta di ritratto. Le immagini saranno accompagnate da una registrazione della voce di ciascuna delle donne ritratte che racconta se stessa.
Il risultato sarà quindi una sorta di storia per immagini dell’incontro con la “modella” attraverso la quale far emergere la sua personalità, il suo amore per se stessa, la sua autoironia e la sua capacità di mettersi simpaticamente in gioco, anche fisicamente, lungo il filo di una delicata sensualità.
L’obiettivo del lavoro, accanto al valore estetico delle immagini, è quello di affermare non tanto un canone di bellezza, perché ogni donna che ami sé stessa ha in sé stessa la sua bellezza unica e irripetibile, quanto piuttosto un modo di vivere la propria bellezza contro qualunque canone, in particolare contro quello che spinge donne giovani e meno giovani verso la china dell’anoressia.