Ecco il testo critico di Jacqueline Ceresoli: "Le impressioni di un visitatore flaneur dello sguardo nell’ex fabbrica di vernici Minerva a Lambrate, nel cuore di un sito di archeologia industriale milanese, sono inattese come il luogo che ospita questa anomala raccolta di foto-impressioni di macchie, tracce, segni, deflagrazioni di colori dalle infinite gradazioni tonali disseminate sui muri e pavimenti, reperti “deja vu” di vita che animano e connotano lo spazio.
I soggetti esposti sono i muri fotografati da Massimo Prizzon nella loro oggettiva bellezza, impregnati di memoria, carichi di storia e pilastri di un vissuto misterioso che si è inciso nel colore e nei materiali industriali, lasciando una loro traccia indelebile.
Il nostro sguardo è rapito dall’intensità dei “quadri” di blu, di azzurri magrittiani, di viola lilla o ciclamino, di verdi acqua sovrapposti a rossi pompeiani, a gialli ocra dalle tonalità sfumate, e tra una contrapposizione di grigio fumo di Londra e di bianco sporco e tra le griglie di ferro, tombini ricoperti da pigmenti color terra, sacchi -scultura che si annodano con lo spazio, spiccano le accensioni, le impennate tonali degli arancioni ancora saturi di energia vitale.
Immobilizzano la nostra attenzione le colature, e gli schizzi di cromatismi che si irradiano a pioggia sul bianco sporco del muro, crepato e corroso dall’intonaco incrostato come foto “iper-testo” concettuali, creando una dialettica interessante tra l’opera e lo spazio.
Sono i muri ad esporsi alla nostra visione e non sono stati fotografati come una barriera, o una linea di confine tra lo spazio interno ed esterno, ma un‘apertura, una via di fuga e di prolungamento dello sguardo verso un luogo non fisico; è uno spazio astratto visibile solo attraverso i suoi colori impregnati di luce.
Queste immagini non rappresentano la realtà industriale in cui le vernici sono nate, qui non c’è l’eco dei ritmi incalzanti della fabbrica, tutto è immobile e silente, metafisico, dove i tempi vorticosi della produzione si stemperano nelle tracce di vernice e sono evocati da cromatismi esplosi ovunque.
Guardando con attenzione queste immagini si intuisce che dietro l’invisibile coltre cromatica decontestualizzata da Prizzon si celano un tempo e uno spazio assoluti, concettuali, oggettivizzati nello scatto fotografico.
Prizzon ha messo a fuoco e svelato la “dematerializzazione” dello spazio, che nella fotografia concettuale si traduce nella progressiva sparizione dell’oggetto a favore dell’idea e del concetto. Così, paradossalmente, giocando sull’ambiguità della visione, i suoi muri non costruiscono o circoscrivono il luogo del lavoro, perché nelle sue foto -impressioni, l’ex fabbrica Minerva si è smaterializzata nei materiali che la rappresentano e nel colore, in quello “spirituale nell’arte” di kandiskijana memoria, come un possibile reportage delle sensazioni e delle percezioni di un’energia vitale che va ben oltre lo spazio fisico nel quale il nostro sguardo resta in bilico tra realtà e visione."