All’Aquila mi ha portato l’istinto. O forse la necessità di sentire le vibrazioni del luogo, della vita e delle persone (soprattutto le persone) due anni dopo il terremoto.
Non ci ero stato mai, prima d’ora. Come per molti di noi – per i molti che non hanno vissuto direttamente quella notte del 6 aprile del 2009, domenica delle Palme – il terremoto è stato un evento letto sui giornali e visto in televisione.
Per mesi se n’è parlato poi più. L’evento, probabilmente, aveva esaurito la sua energia mediatica (per usare questo orrendo neologismo).
Ma la città è sempre lì, o meglio – dopo esserci stato – posso dire che quello che resta della città e dei paesi che la circondano è sempre lì. I suoi abitanti sono sempre lì. E il terremoto non ha devastato solo case. Ha devastato anche vite: non quelle dei morti. Quelle dei vivi.
Io non sono un giornalista e neppure uno scrittore. Il mio linguaggio è fatto di immagini. Con le immagini so parlare, e con i miei occhi ho visto la tristezza, il senso di abbandono e di solitudine negli sguardi di chi ha vissuto questa rovinosa esperienza. Con i miei mezzi, cioè con la mia Nikon, ho cercato di accogliere questi sguardi per raccontarli a chi avrà voglia di aprire anche i suoi di occhi.
Non mi sono però fermato qui: ho chiesto alle anime che ho ritratto di raccontarsi. Non tanto di raccontare i fatti, che si mostrano evidenti da soli a chi vuole vedere. Piuttosto di raccontare di se, dei loro sentimenti e delle loro emozioni a distanza di due anni dal sisma. E anche nelle loro parole, oltre che nei loro sguardi, si ritrova lo sgomento per le loro vite lacerate e non ricomposte, e che chissà quando potranno, se mai lo potranno, ricomporsi.
All’Aquila, a Paganica, a Onna, sono scomparse sotto le macerie relazioni personali, storie, desideri, abitudini. E anche la speranza sembra essere scomparsa per molti insieme alle vite di chi è fisicamente scomparso.
Ma non è davvero così. Come i fiori che nascono nel fango, dalle macerie stanno rinascendo anche le speranze. Sono speranze che devono potersi realizzare, e dipende da tutti noi non dimenticare e fare in modo che L’Aquila possa ritornare alla vita. Alla sua vita, non a quella delle abitazioni provvisorie e delle genti disperse.
L’Aquila per rinascere ha bisogno di un progetto: di un’idea di città, di territorio, di società assai più che tetti provvisori.
Mi domando allora dove sono le archistar che popolano le metropoli di grattacieli e di architetture / scultura. Perché non si misurano con questa necessità vitale?
Questo è un invito a tutti gli italiani. Fate anche voi un salto all’Aquila. Vedete con i vostri occhi le macerie ancora lì dove il terremoto le ha lasciate. Parlate con la gente dispersa e sgomenta. Guardate le case sventrate con i letti e gli oggetti come congelati dal tempo, il breve, lunghissimo tempo di un biennio trascorso quasi per nulla.
Capirete che c’è da fare, e che si può fare (volendo fare) per restituire la vita a questi luoghi e a queste persone.
Scrivere queste parole proprio quando si è da poco consumanta un’altra devastante tragedia apparentemente lontano da noi, in Giappone, fa male all’anima. Ma le tragedie non si misurano sul numero dei morti. Indipendentemente dai numeri, una tragedia rimane enorme per chi la vive.